Pubblichiamo la lettera inviateci da un padre che da anni si trova a combattere contro l’ottusità del sistema separazioni.
Impegnato nel mondo del volontariato, per diffondere la cultura della bigenitorialità, contrastato dalla sordità del sistema attuale che preferisce deprivare i figli dall’affetto e dalle cure, nella separazione, di uno dei genitori che è solitamente il padre.
Eppure da poco è stata emessa una sentenza dalla Suprema Corte, che vede condannato un padre che non donava affetto ai propri figli, limitandosi soltanto ad ottemperare gli obblighi del mantenimento.
E’ mai possibile, ancora una volta, assistere a sentenze e decisioni a senso unico, che vedono soccombente il genitore che desidera stare con i propri figli e allo stesso momento condannare un padre che non dona affetto?
Scelte unidirezionali che non tengono conto delle migliaia di genitori che si vedono, giornalmente, sottratti i propri figli dal genitore affidatario in INOSSERVANZA ed in PALESE violazione del disposto del tribunale.
Ma allora la sentenza della Suprema Corte trova solo applicazione per quel genitore che non “dona affetto”?
E per tutti quei genitori che violano volutamente i disposti dei tribunali impedendo l’esercizio del diritto di visita tale pronunciamento non è valido? Perché la Cassazione non adotta la stessa linea dura?
In solidarietà con questo padre, anche se contrari alla decisione presa, pubblichiamo il suo grido disperato per questa scelta di mettere in gioco la sua vita, secondo i dettami della non-violenza, augurandoci in un suo ripensamento.
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Domani inizierò lo sciopero della fame e della sete sul marciapiede dove abitano le mie bambine (7e 11 anni),
in via xxxxx, a Treviglio (Bergamo).
Ho un divorzio consensuale con affido esclusivo delle figlie alla madre, alla quale è assegnata la casa e l'assegno di 600 euro al mese. Avrei i classici tempi di visita, ma questi sono stati decisi giudizialmente dal giudice modificando, senza che in nessun ricorso fosse stato chiesto, i precedenti tempi, che prevedevano che le mie bambine stessero 3 giorni alla settimana per me e che sono stati bene o male rispettati per 5 anni.
Dopo la separazione, chiesta dalla madre, ho costruito un'altra famiglia e con l'attuale mia moglie ho altri tre bambini (in tenerissima età). Io e mia moglie, che è psicologa, siamo conosciuti per il nostro impegno nel sociale, da tutte le associazioni di volontariato d’Italia impegnate da anni per la costruzione della nuova cultura della bigenitorialità, a partire dagli amici di Milano e provincia, di Brescia, di Novara, di Torino, di Bologna, di Firenze, fino a Roma, Napoli e in Sicilia.
I colloqui con i servizi sociali(SS), infruttuosi perchè, purtroppo, si è fatto finta che ne sapessi più io della SS, la cui chicca è stata: "Io e sua moglie (???!!!!) abbiamo un'opinione diversa sulla sentenza di divorzio da lei".
La maestra di matematica della piccola (che io non avevo mai visto: “c'è sempre qualcuno che vigila su
di noi”) mi ha intrattenuto per due ore alla consegna delle pagelle cercando di spiegarmi (dall'alto della sua veneranda età e di...) che l'arrivo di un neonato può essere un trauma così grave per una bambina...
Guarda caso, questa è stata la stessa opinione espressa dalla sindaco di Treviglio a mio fratello, sindaco di un paese vicino, nel loro scambio di mail riservate e personali sulla vicenda; le mie bimbe, per altro, appartengono a pieno titolo alla nostra grande comunità e, vi l'assicuro, non è facile rispondere a figli e figlie
dei nostri amici che, diventati grandicelli, autonomamente mi telefonano chiedendo di loro.
E' da Natale che non riesco a stare con le mie due figlie, senza che vi sia alcuna accusa da parte della madre, alcuna preclusione o statuizione diversa del Tribunale di BG, e alcuna segnalazione negativa da parte dei SS.
Purtroppo le mie bambine sembrano "soddisfare i criteri" per diagnosi di PAS grave ed il Tribunale di BG appare aver accolto questa indicazione, perchè ha deciso una CTU per l'autunno (con al primo punto la verifica della condizione psicologica delle minori).
Dal momento che ritengo d’avere, insieme a mia moglie, gli strumenti e l'esperienza per avviare un superamento (se fosse confermata la diagnosi) di questa condizione, eventualmente insieme all'intervento di altri professionisti e dal momento che nessuna sentenza è stata sospesa, in risposta all'assenza di risposta da parte di coloro che dovrebbero tutelare la legge (che loro stessi hanno stabilito e dovrebbero far rispettare, a cui io mi attengo, pur non essendo per niente d'accordo), non mi rimane che la scelta estrema di mettere in gioco la mia vita, secondo i dettami della non-violenza (pur sapendo bene che lo sciopero della fame e della sete è una forma indiretta di violenza verso tutti i miei 5 figli).