Da: fabio nestola <
fabio.nest...@alice.it>
Data: Wed, 25 Jun 2008 01:04:08 -0700 (PDT)
Locale: Mer 25 Giu 2008 10:04
Oggetto: Re: Pappalardi,la giustizia non può solo dire SCUSA
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questo il comunicato stampa che la FeNBi ha preparato per la prossima
protesta di Sergio Nardelli
La posto in questo spazio perchè ci sono delle analogie col caso
Pappalrdi
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Tragedia a Taranto: padre separato chiede il carcere come forma estrema di aiuto
Sergio Nardelli, 54 anni, separato e privato dei figli dal 2003, è ormai prostrato fisicamente e psicologicamente, vittima di una
persecuzione giudiziaria che dura ininterrottamente da 5 anni.
Mantiene i residui di quella tenace lucidità che gli ha consentito fino ad oggi di non soccombere al bombardamento vessatorio; oggi però lampeggia una sorta di spia che lo avverte di essere in riserva.
Si sente vicino - pericolosamente vicino - al punto di rottura.
Sa che le sue risorse emotive non sono illimitate, quelle economiche gli sono state prosciugate da un pezzo, la sua forte capacità di ammortizzare le ingiustizie è stata ampiamente abusata, in tanti hanno attinto a piene mani alla sua onestà, alla pazienza, al suo equilibrio psicologico; ha pagato colpe dimostratesi inesistenti mentre i reali responsabili continuano a rimanere impuniti.
Il padre è sempre il primo contro cui puntare il dito, anche quando è totalmente estraneo agli episodi dei quali viene accusato; Paolo Onofri era il primo indiziato per la morte del figlio Tommy, Azuz era il principale indiziato per la strage di Erba … la lista è infinita …
In tanti si sono tolti la vita per l’onta di false accuse, e già successo a Modena, Vercelli, Roma; poi la Giustizia ha riabilitato la
memoria di un innocente, ma solo quando era troppo tardi anche per chiedere scusa
L’accanimento contro Nardelli ricorda tanto, fin troppo, la vicenda di Gravina di Puglia, il recente caso di malagiustizia nel quale
l’inadeguatezza della magistratura si è manifestata attraverso l’accanimento giudiziario nei confronti ancora una volta di un padre,
capro espiatorio ideale per mascherare gravissime lacune investigative.
Da Gravina a Taranto il passo è breve, non solo geograficamente.
Sergio Nardelli, nonostante tutto, non trama vendette nei confronti di un sistema al quale si è rivolto con fiducia e che come unica risposta lo ha annientato socialmente, emotivamente ed economicamente.
Anni ed anni di persecuzioni immotivate non accendono in lui il dubbio - almeno apparentemente - che la giustizia funzioni male, non funzioni affatto, o sia ostaggio dei grossolani limiti di qualche magistrato in malafede e/o farcito di preconcetti – in entrambe le ipotesi gravemente inadeguato al ruolo, che richiederebbe serenità di giudizio ed imparzialità come prerequisiti indispensabili..
Almeno apparentemente, Sergio non perde fiducia in un sistema che ha saputo solo dargli un calvario senza fine, non si adegua alla percezione dilagante di cronico scollamento fra aspettative della cittadinanza e risposte delle istituzioni.
Sergio Nardelli si rivolge ancora una volta alla Giustizia, chiedendo la forma più estrema di aiuto.
Vuole andare in prigione, questa volta non a causa di accuse costruite a tavolino come accadde nel 2004, ma dietro esplicita richiesta.
Se lasciato libero, “sente” ormai di essere un cittadino a rischio.
Potrebbe compiere un gesto estremo, poco importa se verso se stesso o verso altri; vuole quindi evitare che accada l’irreparabile.
Ma tra le righe del suo appello è facile leggere il reale stato d’animo di un padre al quale tribunali e servizi sociali offrono
unicamente soluzioni insostenibili: disperazione, rassegnazione, perdita dei figli.
Sergio non chiede più “datemi giustizia”, ha smesso di illudersi che possa accadere; chiede “abusatene ancora, come avete già fatto”, ma almeno che l’ingiustizia venga utilizzata per metterlo in condizioni di non nuocere, da solo sente di non potercela più fare.
Non servirebbe a nulla il pietoso intervento di qualche psicologa della ASL, nessun servizio sociale potrà mai convincerlo che è giusto accettare di perdere “serenamente” figli, salute, dignità.
Visto che in questo curioso Paese c’è un’enorme differenza fra avere fiducia nella giustizia e riuscire ad ottenerla realmente, Sergio
chiede una misura fino ad oggi inesistente di carcerazione preventiva:
la chiede ad istanza di parte, in assenza di reato.
Non dovrebbe essere difficile: in assenza di reato il carcere lo hanno già conosciuto in parecchi, da Enzo Tortora a Filippo Pappalardi.
Non sappiamo che genere di risposte istituzionali riceverà l’appello di Sergio Nardelli, se mai ne riceverà.
Se poi dovesse accadere qualcosa di grave, magari qualcuno si affretterà a capovolgere il rapporto causa-effetto: “Visto che ha
combinato? Abbiamo fatto bene a togliergli i figli, era pazzo!”
Nessuno dirà che è impazzito perché gli hanno tolto i figli, è più conveniente osservare il contrario: facile, comodo e funzionale alla
legittimazione del sistema.
E’ una strategia diffusissima di stravolgimento della realtà, si attiva per ogni episodio di cronaca nera che coinvolge genitori
separati.
L’individuo al momento del raptus omicida è sicuramente folle, ma la domanda da porsi è un’altra: era folle di suo, o qualcosa ha
costruito, alimentato ed infine scatenato la sua follia?
Le pulsioni criminali erano nel suo DNA, quel giorno avrebbe comunque compiuto una strage? Oppure l’accanimento giudiziario e l’interruzione forzata del progetto genitoriale hanno generato una spirale di disperazione senza uscita, fatalmente destabilizzante?
Se il padre di Gravina si fosse suicidato, a cosa sarebbe servito dire sulla sua tomba “avevi ragione tu, ma la giustizia è lenta a capire”
Se Nardelli dovesse puntare un’arma contro i giudici o contro se stesso, a cosa servirebbe poi dirgli “scusa, ci siamo sbagliati”?
Il sistema-giustizia continua a sentirsi, e proclamarsi, esente da colpe; se accade qualcosa di grave la molla scatenante deve essere individuata esclusivamente nella mente delle persone perseguitate.
Il divorzificio innesaca farfalle quotidianamente, in maniera subdola, strisciante, occulta. Prima o poi qualcuna esplode
Il sistema non lo ammetterà mai, ma le sue colpe sono grandi almeno quanto la mano che dalla malagiustizia viene armata.
Sergio Nardelli non è "sfortunato", non è un caso isolato: mille genitori subiscono ogni giorno persecuzioni di ogni genere, proprio ad opera del sistema che dovrebbe garantire giustizia
Federazione Nazionale Bigenitorialità